Chi è Lucia Morosini?


(Si ringraziano Gianni Peracchi, segretario generale della Camera del Lavoro di Bergamo, e Eugenia Valtulina)

Lucia Morosini nasce ad Albino (in provincia di Bergamo) da una famiglia operaia (il padre lavora nel legno, la madre al Cotonificio Bellora), di origini socialiste e seguace del sindacalista rivoluzionario delle Leghe bianche Romano Cocchi. Frequenta la facoltà di Filosofia, fa l’insegnante per mantenersi e si lega sempre di più al partito socialista, e in particolare a Claudio Bonfanti e a Paolo Crivelli. Entra nel 1971 nella Cgil, alla Filziat, allora categoria degli alimentaristi; nel 1972 è la prima donna nella segreteria della Cgil di Bergamo. A Bergamo la sua esperienza non è facile, con molti scontri e non sempre furono capite e rispettate le sue scelte politiche e personali. “Quel periodo bergamasco Lucia l’ha sempre giudicato con rimpianto e purtuttavia probabilmente è stato determinante per creare quel carattere così rigoroso, analitico e tenace che tutti abbiamo conosciuto a apprezzato” (dalla commemorazione di Mauro Beschi al direttivo FULTA, il sindacato unitario dei tessili). Accetta così volentieri di passare alla scuola di formazione Cgil di Ariccia.

Lucia Morosini al comizio per lo sciopero generale di Biella. 1980.

Nel 1977 diventa prima responsabile dell’Ufficio formazione della Cgil Piemonte e poi della Filtea (il sindacato dei tessili e dell’abbigliamento della Cgil) regionale.

Muore giovanissima, a soli 33 anni, nel gennaio del 1982 per un’embolia, quando è segretario generale della Filtea Piemonte. La sua fine improvvisa e ingiusta la avvicina – non paia inappropriato – a Di Vittorio e a Berlinguer. Infatti, ricorda Bruno Ravasio, sindacalista bergamasco dirigente della Filtea nazionale in quegli anni, i medici avevano dato pareri opposti sulla cura da seguire: per uno, riposo assoluto; per l’altro, movimento regolare. Lucia Morosini sceglie la seconda raccomandazione, che le è purtroppo fatale: “naturalmente sceglie la versione che le faceva più comodo, per il lavoro”, dice ancora Bruno. Era “certamente uno dei quadri migliori e più amati che la nostra organizzazione abbia espresso in questi anni”: così la ricordava la nota della segreteria e dell’apparato nazionale della Filtea. Il giudizio è lo stesso con cui, a distanza di 35 anni, ne parla Ravasio: “intelligente, colta, coltissima […]. Quando interveniva lei, alla Filtea, si faceva silenzio assoluto […]. Abbiamo scoperto che stavamo leggendo contemporaneamente Il nome della rosa, appena pubblicato.”

Nonostante la giovane (giovanissima) età, aveva già ricoperto incarichi importanti, tra cui, appunto, la direzione della scuola di formazione sindacale della Cgil ad Ariccia ed era componente del Consiglio generale della Cgil. Fondamentale fu anche il suo impegno come donna e la sua battaglia per l’emancipazione femminile.

La Filtea le dedica – e non era affatto scontato -  un numero monografico del proprio “Notiziario”, nel febbraio del 1982, con le commemorazioni di Fausto Vigevani (che, dopo averla definita “accompagnata da una luminosa dolcezza e umanità”, rivela averla indicata come prima donna socialista nella segreteria della Cgil nazionale) e di Nella Marcellino, la segretaria responsabile dei tessili. Nella Marcellino aveva una grande stima di Lucia e anche questo non era scontato, a maggior ragione essendo Lucia Morosini, oltre che donna, socialista; ma – unitamente  alla bravura indiscussa e alla riservatezza -  erano  probabilmente anche le sue origine operaie a contare. Per capire quale fosse il suo ruolo e il valore che assume il giudizio dei compagni di allora su di lei, non dimentichiamo (ancora Bruno Ravasio) che Lucia è stata segretaria della Filtea del Piemonte quando in quella categoria c’erano donne straordinarie. E Fausto Bertinotti guidava i tessili di Novara.  
Di lei ci restano alcuni documenti politici importanti. Qui vorremmo citare solo una frase dalla Relazione al congresso Filtea Piemonte del Settembre 1981:

nelle difficoltà della situazione  - così scrive Morosini -  il sindacato deve avere un nucleo di ispirazioni, di convinzioni, una visione autonoma che gli deriva dalla sua esperienza e dalla sua storia, che la nostra organizzazione deve soprattutto ogni giorno sapere misurare con la realtà ” .

La politica sindacale, in un’epoca di crisi e trasformazione profonda non solo per il comparto dei tessili, come furono gli ultimi anni Settanta e i primi Ottanta; il femminismo e il ruolo delle donne in questa società e nel mondo del lavoro: i suoi interventi ci riportano una donna lucida e non scontata.

Anche gli appunti estremamente personali che scrive dopo una riunione di delegate e delegati fanno riflettere e ci danno il senso della grande perdita che ha rappresentato la sua fine così prematura, e il valore che il pensiero femminile ha sempre portato alla nostra Cgil, dai tempi di Agostina Altobelli, quando è espressione di una differenza che aiuta ad ampliare lo sguardo.

Pare che, scrivendo per sé, Lucia Morosini avesse in mente  non tanto le giovani delegate a cui fa riferimento ma le ragazze di oggi, che tanto devono recuperare nella battaglia di un’emancipazione vera. Era la fine degli anni Settanta:

105 partecipanti, in gran parte donne. Una parte di esse mi ricordavano (sic) mia madre: più giovani magari di lei, ma dello stesso stampo, donne  che hanno lavorato duramente in fabbrica e a casa, che hanno fatto una vita dura, con poche soddisfazioni, rassegnate che la vita è quella, sciupate, piene di dignità ma segnate dalla vita. […] Un’altra schiera di delegate sono invece completamente diverse: […] già molto abbronzate, sono tutte truccate sapientemente e pettinate in modo ineccepibile, vestite con gusto senza risparmiare né in denaro né in provocazioni, snelle. […]Si direbbe che tutto scorra più liscio sulla loro pelle” […] Tutto ciò che è avvenuto fin qui, soprattutto in questi ultimi anni, ha costituito un fatto di liberalizzazione di costumi che è di grande importanza e ha modificato notevolmente il modo di atteggiarsi delle donne, le loro possibilità di esprimersi, e soprattutto, ha fatto uscire la sessualità dalla buia caverna del segreto, del clandestino, per metterla più allo scoperto, liberalizzandola appunto: ma quanto è cambiato il loro modo di essere? Quanto è aumentata la loro autonomia, quanto è diminuita la loro indipendenza? E soprattutto, hanno pagato qualche prezzo per il fatto di essere così diverse dalle loro madri? Io credo di no, che non abbiano pagato nulla. […]. Insomma, mi pare che il prodotto di questo mutamento di costumi sia superficiale e che abbia avvantaggiato principalmente gli uomini, consegnando loro delle compagne e delle amiche certamente  più interessanti, […] . Io mi accorgo lucidamente, oggi, di aver sofferto per tanto tempo il contrasto tra quella realtà, […] e la mia realtà, che di smagliante ha ben poco ed ha bensì le soprattutto le sofferenze e le contraddizioni di chi vuole essere felice ma nello stesso tempo vuole cambiare il mondo. Una donna che vive sola e decide di sé, che anche con il suo uomo, ma soprattutto con tutti gli uomini, reclama e vuole affermare un ruolo diverso da quello che le è stato assegnato, che fa un lavoro di grande impegno in cui crede profondamente  e che le assorbe energia e tempo, si trova continuamente a dover confrontare quello che ha, quello che è la sua vita di ogni giorno e quello a cui rinuncia […] E questo paragone è un elemento di conflitto permanente nella sua testa e nella sua emotività, al punto di addensarsi in momenti di crisi, di sconforto, di rinuncia." (dal “Bollettino Filtea Cgil”, anno IV, n. 6 del 15-2-1982)

Erano ancora i tempi in cui il personale era politico, ci è sembrato giusto riportarla tra di noi con queste parole così intensamente vere. Perché le dobbiamo ancora delle scuse, insieme alla memoria.